Durban(Sudafrica), 15 Luglio 2009

L’incerto confine tra gioia e dolore

Vent’anni fa il Sudafrica stava ancora vivendo la triste esperienza dell’apartheid. Contro di essa lottava strenuamente il vescovo di Durban, Denis Hurley, tutt’altro che orgoglioso della sua pelle bianca. Aveva il coraggio di sfidare i carri armati guidati dai soldati boeri, pronto a lasciarci schiacciare pur di non tradire la sua vocazione di essere padre dei neri come dei bianchi.

Con lui visitai i ghetti nei quali vivevano i neri. Mentre lo intervistavo sugli scottanti temi della non violenza e della obiezione di coscienza lui mi studiava. E volendo, discretamente, farmi capire l’esperienza dell’apartheid, mi invitò a proporre le mie idee nella cattedrale durante la messa vespertina frequentata dai bianchi.

Parlai della giustizia, durante l’omelia, creando l’imbarazzante reazione di veder parecchie persone alzarsi dal banco e uscire di chiesa. Con il cuore pesante, terminata la celebrazione, volli parlare con i giovani radunati nella cantoria. Molti mi capirono. Qualcuno mi perdonò. Altri mi invitarono a cena. Accettai l’invito di Kevin, ventenne. Sua madre, nel corso della cena, mi parlò di una stupenda realtà: 7000 giovani boeri avevano lasciato il paese e si erano rifugiati all’estero vivendo in condizioni miserabili- mentre a casa loro avrebbero potuto vivere da ricchi – pur di non impugnare le armi contro i neri.

Parlai a lungo con Kevin sulla fede in Dio e nell’uomo. Sul bisogno di vivere il principio della gratuità e di fare della propria esistenza un dono, grati a Cristo per averci detto: «C’è più gioia nel dare che nel ricevere».

Mi scrisse alcune lettere, quando ritornai in Italia, finché sua madre mi comunicò che Kevin, per salvare una un’anziana signora dalle fiamme che stavano divorando la sua povera casa, aveva perso la vita.

Molte volte pensai a lui e a quella lunga conversazione che aveva rafforzato la sua decisione di fare l’obiettore di coscienza e di essere per tutti un dono. Forse non sarebbe morto se non l’avessi incontrato o se fossi stato meno esigente.

Vent’anni dopo.

L’arcivescovo di Durban è nero, segue le orme del suo predecessore, vive dignitosamente povero senza alcuna insegna cardinalizia e … mi invita a celebrare l’eucarestia in cattedrale. Ora i bianche presenti sono solo una decina. Tutti gli altri sono neri, meticci, asiatici. I canti sono nella lingua zulù. Purtroppo – contrariamente alle altre zone dell’Africa – sono pochi i giovani presenti all’eucarestia e prevalentemente sono in cantoria.

Alzo gli occhi, là dove un tempo incontrai Kevin e il volto si riga di lacrime. «Gioia e dolore hanno un confine incerto». Gioia perché Dio lavora nella storia immerso nella pasta umana cercando di convogliare tutti i nostri sforzi – e tutti in nostri limiti – verso il purificante punto omega, Cristo. Gioia perché non mancano i progressi: il regime dell’apartheid è caduto senza spargimento di sangue. I neri sono al potere. La chiesa sudafricana è retta da vescovi autoctoni. Le chiese pullulano di fedeli che cantano in modo stupendo la gioia di essere liberi in Cristo. Ma troppo grande è ancora il dolore. Kevin è morto. I politici e gli industriali sono molto corrotti. I poveri sono sempre più numerosi. Anzi, non si possono chiamare poveri – nome nobile per i cristiani- ma miserabili.
Mia nipote MariaRosa – che lavora nella baraccopoli di Città del Capo in un progetto a favore delle donne vittime di abusi – mi descrive un quadro straziante: l’apartheid sociale è terminato ma non quello psicologico. Le ferite morali non sono guarite. Molto basso il livello di istruzione. Altissimo il numero dei malati di AIDS. Si vive in un’economia di sussistenza. Le donne della baraccopoli non arrivano a mettere da parte che poche decine di euro nonostante l’organizzazione di Maria Rosa si sia impegnata a versare loro una cifra pari a quanto riescono a risparmiare in un anno

L’incerto confine tra la gioia e il dolore mi stimola a guardare con fiducia a Dio per cercare di vedere il mondo come lo vede Lui. Non ho la pretesa di capire. Mi abbandono allo Spirito Santo facendo mia l’intuizione di sant’Agostino: «Ama e capirai». E adottando l’atteggiamento del santo di cui oggi si celebra la festa, San Bonaventura, convinto che per “capire” bisogna interrogare la grazia, non la scienza; il desiderio, non la comprensione; la preghiera, non la lettura; l’innamorato, non il professore; le tenebre, non la luce; Dio, non l’uomo.

Dio, fuoco che infiamma il cuore e immerge nel Mistero con l’estrema dolcezza e con il bruciante fervore della passione che da senso ai nostri incerti confini tra la gioia e il dolore.

Valentino