Ponte Nossa, 23 Maggio 2009

Vita da sogno. Vita in abbondanza

Un gruppo di giovani volontari m’invita a parlare dei miei sogni, che cosa sognassi da bambino, che sogni nutrissi da giovane e quanti ne abbia potuto realizzare.
Poiché spesso prendo lo spunto dalla liturgia domenicale, riferendomi alla quinta domenica di pasqua, anno B, faccio mio il sogno di Cristo che si presenta come vita, via e verità e c’invita ad essere come tralci uniti alla vite, per portare frutto, Lui che è venuto al mondo per darci la vita, abbondanza di vita.
Il mio sogno fin da bambino: aiutare tutti a non buttarsi via, anzi a vivere bene, sulle orme del Maestro. A quei tempi volevo salvare tutto il mondo. Poi ho dovuto ridimensionarmi e sarei stato contento di salvare i miei parrocchiani. Non ho mai fatto il parroco e, invecchiando, ho capito che farò del bene agli altri, salvando me stesso. Caricarmi di Lui, vera vita, per far innamorare di questa esistenza quanti incontro.
Nasce una discussione sulla vita e, d’argomento in argomento, si arriva a toccare il tema dell’aborto. Una ragazza afferma che, anziché mettere al mondo un infelice, è meglio abortire. La maggioranza dei presenti non è d’accordo con lei che a un certo punto m’interpella sulla moralità di questa scelta. Presento il problema innanzitutto dal punto di vista etico: l’importanza di salvaguardare il valore di ogni vita e, passando alla morale cattolica, le espongo onestamente quanto la Chiesa insegna, mentre le mostro tutto il bene operato da volontari che si sono messi al servizio della vita.
Lei ribadisce le sue idee, prospettando casi estremi e pietosi, dalla morte di fame all’eugenetica. Mi permetto allora di farle notare che, mentre non giudico e non condanno chi ricorre all’aborto, mentre propongo a tutti d’essere tolleranti con le scelte altrui – e per tolleranza intendo, in senso etimologico, farsi carico del problema del nostro prossimo – proprio nella mia esperienza di prete che ascolta le confessioni, le confido che spesso mi si è presentata questa situazione: donne molto anziane vengono a confessarsi che nella giovinezza sono ricorse all’aborto. Passano cinquanta, sessanta anni, e ancora sentono il bisogno di ripetere la confessione di quel peccato commesso in gioventù. Benché io imponga loro di non confessare più quel peccato, esse ritornano sempre a chiedermi il perdono e a supplicarmi di intercedere per loro, implorando dall’Altissimo misericordia.
Quando chiedo a questa ragazza perché debba porre un atto che la renderà infelice per tutta la vita, mi sento rispondere: “meglio che sia infelice io, piuttosto che mio figlio”. Elogio il suo altruismo, ma non demordo nel portare altri argomenti che, in fine, la spingono a chiedermi: “Allora, che cosa si dovrebbe fare?”.
La risposta si trova nella seconda lettura di questa domenica: “Se il tuo cuore t’accusa di peccato, Dio è più grande del tuo cuore”. Con una bella confessione, il tuo peccato non esiste più. Passo poi al Vangelo che illumina tutte le nostre ombre, paure e difficoltà con l’immagine del tralcio unito alla vite: da soli non possiamo nulla. Aggrappati a Lui, tutto diventa possibile.
Lui, padrone del campo, lavora come operoso contadino. Lui, da vignaiolo, si fa vite. Da seminatore, seme. Da Creatore, creatura. E mi dice che vuole essere mia linfa vitale che sale in me, proprio come capita per la vite che in questa primavera torna a fiorire e dimostra d’essere viva quando dal tralcio potato spunta una goccia, quasi una lacrima. Vite che va in amore. Promessa d’abbondanti frutti.
Anch’io, innestato in Cristo, porto frutto, a patto d’essere potato. E ogni potatura implica dolore, distacco e morte. Non c’è vita e abbondanza di vita senza questa logica che porta al miracolo di trasformare il buio della terra nel colore del grappolo d’uva e di trasformare il calore del sole nel profumo del mosto.
Aggrappato a Cristo, seguendo in tutto i suoi passi e le sue scelte, “rimanendo in Lui”, porto frutti d’amore per la vita mia e del mondo.
Porto frutto: questo il criterio evangelico con il quale mostro a me stesso se sono sulla retta via o se sto deviando. E per “portare frutto” non s’intende il cercare risultati appariscenti. Il Vangelo ci dice di seminare, non di raccogliere. Seminare il bene, da misurarsi non secondo la logica umana del successo e della quantità d’opere realizzate, ma secondo la nostra capacità di vivere nella gioia, lodando il Creatore.
Porta frutto chi prega. E in questo restare aggrappato al Signore, sperimenta la bellezza della morale cattolica che non è basata sulla rinuncia, ma sul centuplo già qui in terra, non sulla legge, ma sull’amore, non sul sacrificio, ma sulla fecondità.
Mentre esprimo queste idee al gruppo di volontari, una ragazza mi viene in aiuto: “Come la Madonna. Poveretta, chissà quanto ha sofferto trovandosi incinta prima di sposarsi! E menomale che si è tenuta il suo Bambino, altrimenti avrebbe eliminato il Messia”.
Non cessano di meravigliarmi questi giovani che, motivati, maturano e diventano dono per quest’umanità che torna a nascere con i loro sogni.

Valentino