Ponte Nossa, 11 Maggio 2009

Provare gioia nel guardarsi in faccia

Navigando su internet, una ragazza s’imbatte in una intervista fatta a Catania, e messa su Google, riguardo alla mia fede e al modo di comunicarla. Si stupisce che un uomo con i capelli bianchi abbia tanto entusiasmo nell’ invitare tutti a godere dello sguardo del prossimo, mentre lei così descrive se stessa e il suo gruppo di appartenenza: “Disperatamente cerco, mediante Facebook, di comunicare con il mondo intero, ma più sto al computer, più mi sento vuota. Non riesco a vivere senza i miei amici, ma, benché sempre assieme, litighiamo continuamente per primeggiare. Arrivo al punto di scrivere centinaia di messaggini con il cellulare e, invece di sentirmi unita agli altri, mi trovo sempre più sola”.
Benché esistano ancora tanti giovani che celebrano gioiosamente il sacramento dell’amicizia, non pochi vanno notando che, dietro un’apparente vicinanza di relazioni, l’ Occidente s’incammina sempre di più verso situazioni di solitudine e di isolamento. I rapporti sono numerosi, ma quanto profondi? Di che cosa si parla? Quali appartenenze si cercano?
In Africa è fortissimo il senso dell’appartenenza: senza la comunità una persona non esiste. Comune è l’espressione: “Io sono perché noi siamo”. In Oriente, poi, la situazione di comune appartenenza è talmente forte da far mettere in discussione il concetto d’individuo, persona. Conta la comunità: “Il grande io. L’io comunitario”.
Non posso suggerire agli Italiani di copiare i modelli africani o asiatici, ma di studiare culture diverse dalla nostra, in modo da trarre vantaggio dal dialogo con persone che possono arricchirci grazie alle differenze, da intendersi non come sfida alla nostra identità, ma come ricchezza. Se non è opportuno per i più giovani andare nei paesi impoveriti, gioverebbe loro moltissimo fare vacanze in diversi luoghi dell’Europa, da soli o senza amici italiani, armati di una buona conoscenza linguistica e di una disponibilità a lavorare in ristoranti o a raccogliere le mele, così da esperimentare anche l’utilità del lavoro materiale.
Ci sono persone che, purtroppo ,teorizzano l’utilità di creare relazioni senza appartenenza: non vogliono rapporti stabili, ma solo contatti che diano sensazioni immediate di benessere. Subito. Vogliono inserirsi in forum di comunità virtuali. Cercano eventualmente una comunità che si crea e si determina sul bisogno del momento, in funzione protettiva. Aspirano ad identificarsi con un modello irraggiungibile: un cantante, un calciatore, un attore e vivono come proprie le emozioni dell’eroe delle loro immaginazioni.
Quanti adottano questo stile di vita, quando mai incominceranno a vivere da protagonisti? Che significa identificarsi con un altro? E’ così bello cercare di conoscere se stessi, scoprire la propria unicità, offrire agli altri quella bellezza che è splendore di verità di rapporti! Rapporti veri, non virtuali. E questo implica il tornare a guardarsi negli occhi, non comunicare con i messaggini, seduti sulla stessa panchina o alla tesso tavolo sul quale si mangia la pizza, con gli amici del sabato sera.
Rapporti veri che implicano l’accettazione del proprio limite. Troppe persone non perdonano se stesse, o perché sono troppo piene di sé – non accettano l’idea di poter sbagliare – , oppure perché hanno perso completamente il senso del peccato. E’ così bello sapere di essere peccatori e ancora più bello cercare il perdono! Si sperimenta la gioia di risorgere, tornare da capo, avere davanti a sé la possibilità di godere di un’altra giornata in cui sarà possibile amare, sbagliare, provare ancora a rialzarsi, chiedere perdono e perdonare i nostri simili, i nostri colleghi nel limite e nel peccato, oltre, naturalmente, nella grandezza.
Che fallimento riassumere tutto nelle triste espressione: “Non sono capace”! E’ liberante, invece, ammettere d’avere sbagliato: vuol dire, oltretutto, che oggi sono più saggio di ieri. E che grazia farsi aiutare da chi ci fa capire che noi non siamo il nostro peccato!
Mi capita ogni tanto d’incontrare persone che fecero belle esperienze nelle loro giovane età, pregando e cercando Dio assieme a me, in compagnia di amici, assetati di cose vere e belle. Poi hanno fatto degli sbagli. Magari anche gravi. A quel punto, anziché darmi la grandissima soddisfazione di sentirmi Dio nel impartire l’assoluzione di tutti i peccati, mi evitano per non deludermi. Mi privano così della gioia di vivere in pienezza il mio sacerdozio e privano se stessi dell’esperienza di una nuova creazione: è bello creare, dare vita, ma è ancora più bello ricreare, dando il perdono.
Dovendo vincere la tentazione di fare il saggio che, richiesto di un consiglio, ne dà tre o quattro, mi limito a suggerire a chi si trovasse nella situazione descritta dalla ragazza che disperatamente cerca di comunicare con il mondo intero attraverso Facebook, di alzare gli occhi dal computer e dal telefonino , per guardare la gente negli occhi. Vivere il proprio io a contatto con un tu reale, vivo, palpabile. Porre la fiducia in se stesso e dare agli altri un anticipo di fiducia. Esporre il proprio bisogno d’amare e di essere amato, adesso. Dire a viva voce il desiderio di una presenza, che si fa dialogo, confronto, tenerezza. Mettersi in gioco, vedendo quanto abbiamo in comune e cercando altre persone che abbiano gli stessi interessi, la stessa passione, lo stesso desiderio di comunicare adesso. Cercare amici che ammettano di essere deboli, ma con la coscienza di non essere la propria debolezza. Amici convinti che di un peccatore si può fare un santo, ma da un tiepido non si ricava nulla.
Nulla nasce da chi vuole apparire bello. Tutto può germogliare da chi accetta la sua debolezza e la converte in una relazione vera e in uno sguardo implorante pietà e comprensione per i propri limiti, perché “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”.

Valentino

Commenti

  1. Pina
    mag 12, 16:38 #

    E’ molto significativo quel “Io sono perchè noi siamo”, perchè ci rende una cosa sola, ci rende figli amati che a loro volta si amano. Purtroppo la nostra società, e molto spesso anche noi che ci diciamo cristiani, non riusciamo più a guardarci negli occhi, per ricercare in ogni persona che incontriamo ciò che di buono e di bello ha.Insegno in una scuola elementare è sempre più spesso mi imbatto in bambini che mendicano amore, affetto e un pò di tempo per essere ascoltati… Quanti ragazzi, quanti giovani che hanno solo bisogno di essere ascoltati o hanno bisogno solo di uno sguardo amorevole, ma a volte non si è capaci, non sono capace. Ho iniziato da pochi anni a pormi in maniera diversa nei confronti degli altri, ma mi rendo conto sempre di più che è difficile, anche se quando poi ci riesco provo una grande gioia. Ho imparato come tu dici don Valentino ad esporre il mio bisogno d’amare e di essere amata, ho imparato a mettermi in gioco, il più delle volte fallendo miseramente. Ma sono anche convinta che con la Grazia di Dio tutto si può superare per essere suoi testimoni fedeli.E’ molto reale e mi ha fatto riflettere molto la frase conclusiva “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”, chissà perchè noi siamo attratti dai diamanti piuttosto che dal letame? Eppure è vero solo ciò che a noi appare ripugnante, nella vita e davanti a Dio ha valore, tutto il resto è inutile. Impariamo a guardarci negli occhi per trovare negli altri il bene che il Signore ha messo in ognuno di noi. Grazie don Valentino

  2. Laura Barni
    mag 14, 19:02 #

    “DAI DIAMANTI NON NASCE NIENTE…”

    Il valore e la bellezza di questo sito non consistono soltanto nella grande opportunità – che ci viene offerta “su di un piatto d’argento” – di comunicare idee, sentimenti, esperienze, intuizioni, ma anche nella possibilità di interagire. E allora… interagiamo!
    Vorrei riprendere la domanda di Pina: “Chissà perché noi siamo attratti dai diamanti, piuttosto che dal letame?”.
    …E meno male!
    Noi siamo fatti per l’Infinito. La nostra “nostalgia di Dio” si traduce in tensione verso il bello, il vero, il bene.

    La propensione che molti ragazzi sembrano mostrare verso ciò che è ripugnante, ritengo che in parte sia una “posa” ed in parte una “difesa”. Già dalla Scuola Primaria (e forse ancor prima), i bambini appaiono attratti da immagini disgustose, che sono un insulto al senso estetico innato in ogni essere umano. Basti dare uno sguardo alle loro figurine, che sono vere e proprie “schifezze”, a volte addirittura puzzolenti (vedi Skifidol Puzz)…
    E i loro disegni? Nei fogli campeggiano mostri e mostriciattoli. Ma chi (o che cosa) sono questi mostri?
    Sono, forse, la personificazione delle loro paure, delle loro inquietudini: rappresentandole, cercano di padroneggiarle, di esorcizzarle, di snidarle dai loro animi rendendole meno insidiose, meno inquietanti, più “addomesticabili” ed innocue.
    A volte, accade che gli stessi ragazzi che sembrano attratti da situazioni di violenza, di abbrutimento, di ricerca dell’“eccesso” (in negativo), nella relazione personale “si sciolgano” con uno sguardo, una carezza, un abbraccio (il Vale, ad esempio, ha ampiamente sperimentato questo vissuto con adolescenti e giovani che sembrava volessero gareggiare nel mostrarsi “duri”, insensibili, inattaccabili…).

    Vorrei riprendere anche l’affermazione di Pina: “Eppure è vero solo ciò che a noi appare ripugnante, nella vita e davanti a Dio ha valore, tutto il resto è inutile”.
    Tale affermazione potrebbe dare adito a fraintendimenti (scusami, Pina, se puntualizzo per amore di chiarezza, ma a volte, senza volerlo, attribuiamo agli altri concetti che non hanno espresso, parole che non hanno pronunciato).
    Il Vale ha sempre sostenuto il valore della bellezza (di quella bellezza che è splendore di verità e che è un rimando alla Bellezza assoluta). Quando egli ci ricorda le parole usate da Fabrizio De Andrè (“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”), non lo fa per sollecitarci a volgere lo sguardo verso ciò che ci disgusta, valorizzando ciò che ci ripugna a discapito di ciò che è piacevole. Piuttosto, il suo è un invito a ricercare il positivo anche nel limite, nell’errore, nel peccato, per convertire il limite in grandezza, l’errore in capacità di recupero, il peccato in lezione di umiltà e invocazione della Grazia.
    Il suo è pure un invito ad andare al di là dell’apparenza, alla ricerca di quell’anima di bene nascosta anche nel male. (Cito uno degli slogans dei campi-scuola: “Anche le mele marce hanno i semi buoni”.)

    Spesso, il Vale ci ricorda la convinzione di Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”. Sicuramente, Pina ha compreso questo messaggio perché ha capito l’importanza e la bellezza dello sguardo (di uno “sguardo amorevole”) e dell’attenzione all’altro (…“sempre più spesso mi imbatto in bambini che mendicano amore, affetto e un po’ di tempo per essere ascoltati”).

    Auguro a Pina un buon lavoro con i bambini che le sono affidati, invitandola ad inviare ancora le sue riflessioni sul sito. Spero che non si risenta per la mia precisazione: sono certa che capirà, anche perché, essendo insegnante, avrà spesso rammentato ai suoi alunni che “a volte basta mettere, togliere o spostare una virgola per cambiare completamente il significato di una frase”…

    Laura

  3. Luca
    mag 16, 01:00 #

    “Sono sempre più convinto che l’infelicità o meglio, l’impedimento alla realizzarzione piena di se stessi venga da questa necessita di efficienza e perfezione nata dalla logica del denaro. Ci tengo a sottolineare che non demonizzo il denaro ma sono preoccupato dell’influenza che ha sulle nostre menti e sul nostro agire e ci sono centinaia di prove che s possono elencare a favore di questa tesi basta solo pensare a come si divertivano i nostri genitori e alla nostra generazione quasi incapace di divertirsi se non tramite l’utilizzo di droghe od alcol che ti permettono il lusso di essere imperfetto e ti permettono anche di dare affetto.
    Certo se si cerca bene ci sono delle eccezioni e si può avere un giro di amici che ti aiuti a sviluppare le migliori doti. Ma la schiavitù della perfezione è un ombra che attanaglia le nostre menti e non so come sconfiggerla, pensavo di esserne immune solo perchè non la vedevo, ma io come tutti quelli che conosco siamo più o meno schiavi di quest’entità che tira le fila del nostro agire e ragionare.
    A questo punto mi sono deciso a concentrare le mie forze sul tentativo di liberarmi da questo peso non so ancora che metodo usare ma è il mio obbittivo (se hai qualche suggerimento lo accetto ben volentieri)”.
    Con affetto Luca

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