Ponte Nossa, 2 Aprile 2009

Una guarigione integrale

Era il 1972 e stavo preparandomi per la prima partenza in Africa. Dopo una conferenza un giovane mi pose una raffica di problemi sulla Chiesa e sul tipo di morale che essa proponeva. La passeggiata lungo un fiume aumentava sempre più il senso del mistero che spesso avvolge la notte, mentre approfondivamo lo sconvolgente pensiero di Cristo, costantemente controcorrente, volutamente provocatorio, umanamente poco accettabile nelle sue radicali proposte: “Va, vendi quello che hai, dallo ai poveri…”. Quell’incontro si concluse con una confessione che diede al “penitente” la sensazione di sperimentare, nell’apparente assurdità della proposta cristiana, il vero senso di una radicale guarigione interiore.
Passarono trentasette anni senza che io sapessi alcunché di lui che a un certo punto si fece vivo per dirmi che nel frattempo era diventato un religioso, poi ordinato sacerdote e, in fine, diventato rettore di un grande santuario mariano. Non volle giustificarsi del suo lungo silenzio, né chiedere informazioni su di me, ma “amorevolmente” m’impose di trascorrere tre giorni accanto a lui, animando le liturgie del tempo forte della quaresima.
Una grande folla m’attendeva per la prima serata, durante la quale svolsi i temi del senso della vita minacciata dal dolore e della salute del corpo e dello spirito, alla luce del brano evangelico della guarigione del paralitico, avvenuta dopo la remissione dei suoi peccati. Non era tanto la mia parola l’oggetto delle attese comuni, quanto la preghiera di guarigione, dopo la celebrazione dell’eucaristia.
Esposto il Santissimo, il rettore del santuario m’invitò a passare in mezzo alla gente, per benedire tutti, in particolare chi più dimostrasse d’avere bisogno di Cristo, “Guaritore ferito”. Verso di Lui si rivolgevano sguardi imploranti misericordia. Si protendevano mani in cerca di una grazia. A Lui si mostravano fotografie di bisognosi d’aiuto: muta invocazione della compassione del Signore, come quando Egli passava in mezzo alla gente, facendo del bene.
Dopo avere ascoltato tante richieste di preghiera, fui accostato da un giovane che giustificò la sua presenza in quel luogo unicamente per accontentare sua madre, gravemente ammalata. Mi aveva studiato per tutta la sera,per pormi poi la domanda: “Ma questa gente cerca veramente il senso della vita o il sensazionale?”. Gli risposi con un’altra domanda: “Tu, sei riuscito a pregare?”. Ribadì l’idea che l’aveva fatto unicamente per sua madre, pur non essendo sicuro che lassù ci fosse Qualcuno disposto ad ascoltare e, tanto meno, ad intervenire. E anche quell’incontro terminò con l’assoluzione a questo nuovo “Nicodemo”, che accettò il perdono dopo avere compreso che la Chiesa è una madre obbligata a dire verità scomode e a essere misericordiosa con il limite umano.
Scottanti le domande di quel giovane: ricerca del senso o del sensazionale? Bisogno di Dio o di una risposta immediata a un grave problema? Incontro con una Chiesa che riconcilia o disperato rifugio in una comunità che non presenta la parcella dello psichiatra o dello psicologo? Fuga dal mondo o reale sete del divino?
Poiché l’individualismo minaccia questa società relativistica, occorre cercare qualche punto di riferimento. Poiché la ragione impazzisce, si devono cercare le ragioni del cuore.
Taluni vedono la Chiesa come istituzione e non come corpo mistico di Cristo: la Chiesa, con i suoi inevitabili limiti anzi, attraverso i suoi limiti, è la risposta più efficace al bisogno di verità e di perdono dei quali ha estremo bisogno la nostra società.
Verità e perdono che il Corpo mistico di Cristo offre da parte di un Dio che non accusa, ma ha compassione del limite umano e ha più voglia di perdonare di quanto l’uomo l’abbia di peccare .
“Compassione”: sentire come proprio tutto ciò che è umano. Compassione che non è fonte di angoscia pure di fronte ai mali del mondo, perché “anche nella desolazione della miseria, della solitudine, della violenza e della fame, che colpiscono senza distinzione anziani, adulti e bambini, Dio non permette che il buio dell’orrore padroneggi”(Benedetto XVI).
Compassione che ha il suo emblema nella croce: la follia della croce! Da essa scaturisce la risposta ai nostri più inquietanti interrogativi sul mistero del dolore morale e fisico. Cristo soffre per noi: Egli prende su di sé la sofferenza di tutti e la redime. Cristo soffre con noi, dandoci la possibilità di condividere con Lui i nostri patimenti. Unita a quella di Cristo, l’umana sofferenza diventa mezzo di salvezza: “Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24).
Al credente non è tolto il dolore, la fatica della ricerca della verità e del perdono, ma gli viene dato un supplemento di grazia, in virtù del quale la sofferenza non è fonte di disperazione, poiché comunica quella profonda pace che illumina lo spirito con il fulgore della Risurrezione, dopo che è stata comunicata la certezza dell’assoluzione di tutti i peccati.
E non è improbabile che, alla guarigione dello spirito, segua quella del corpo.

Valentino

Commenti

  1. Marco (Mesero)
    apr 4, 00:50 #

    Sperimentare la guarigione dello spirito (conversione o rinascita della fede perduta) rappresenta il punto di partenza di una nuova esistenza. La grazia del Signore riconosciuta e accolta rigenera e permette il cambiamento. Ho sperimentato questo dono e da quel giorno lavoro come umile apprendista nella vigna del Signore affinchè i dolci e succosi frutti di questo amore infinito possano servire a nutrire la fame di verità che attanaglia le anime anche e soprattutto quelle che pensano di poter vivere come se Lui non esistesse.
    Quel giorno, quella sera il Santuario traboccava di gente. Ero lì, presente a quella Messa e ho visto l’Uomo di Galilea passare tra la folla, fermarsi, toccare, parlare, guarire, quella sera come allora, come sempre.

  2. rita
    apr 4, 19:42 #

    penso che la fede quando è vera deve essere veramente tutto questo.la certezza che dio ci ama spesso è difficile da credere quando vediamo la sofferenza specie dei bambini del terzo mondo.perche’l‘amore onnipotente di dio non puo’impedire che i suoi figli innocenti soffrano….mi pongo sempre questa domanda.

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