Ponte Nossa, 27 Marzo 2009

«Qualche buona ragione per non sparare ai vostri genitori»

…Capirò solo dopo che i suoi pantaloni sono lo specchio della sua vita: sei vistosi strappi dai quali fuoriescono ciuffi di peli neri, il cavallo a metà gamba, in bella mostra le mutande nere e quella cintura che non si sa che cosa regga.
Trentenne. Occhiali neri. Impenetrabili. E in mano un libro di Jaques Paradis: «Qualche buona ragione per non sparare ai vostri genitori».
Libro esaurito. Ma che si può trovare su internet. L’avevo guardato in modo superficiale perché, dovendo già stare tanto tempo davanti al computer, è una pena – anziché un privilegio – affrontare un libro, senza poterlo scorrere trasversalmente, come amo fare.
Un libro, comunque, che non leggerei per intero, prima di tutto perché «Paradis» è evidentemente uno pseudonimo e poi perché giustifica tutti gli errori dei genitori, eccetto nel caso in cui siano violenti con i loro figli. Bella l’idea di fondo che i genitori vadano perdonati: il perdono è il profumo della nostra civiltà cristiana che dà un fondamento positivo e affascinante alla cultura ebraica: «Non uccidere». Non sparare ai tuoi genitori.
Quindi, il mio dirimpettaio dello scompartimento della carrozza – siamo lui e io soli, come in un ideale confessionale – legge, o finge di leggere, protetto da quegli occhiali talmente scuri da render impossibile capire dove fissi lo sguardo. Protezione fasulla per me che – al di là della mia consueta discrezione… -, non posso trattenermi dal chiedere se abbia qualcuno cui dover perdonare qualche cosa. E lui, che ha più voglia di confessarsi di quanto io ne abbia di esercitare il mio ministero di prete, si abbandona ad uno sfogo così sintetizzabile: gli errori fatti dai suoi genitori, quando egli era piccolo,sono stati da lui moltiplicati nel rapporto con suo figlio che avrebbe ben ragione di sparare al papà. Nasce un lungo dialogo, che sintetizzo nelle sfide più significative con quell’interlocutore che, finalmente si leva gli impenetrabili occhiali:
«Accetto la tua confessione e, se vuoi, ti do il perdono del Signore».
«Bisognerebbe credere che c’è un Dio che perdona e che io sia degno di un’assoluzione».
«L’amore si accoglie, non si merita».
«Bisognerebbe però vedere che cosa vorrebbe fare Lui – se c’è – di uno come me che non ne ha azzeccata una nella vita».
«Non ti devo dimostrare nulla sulla Sua esistenza, perché è facile intuire che con un eventuale Dio tutto potrebbe quadrare, pur restando il mistero, mentre senza Dio tutto sarebbe assurdo. In più, con quella faccia che ti ritrovi, scommetto che hai alle spalle una buona esperienza come chierichetto…».
«Ero diventato il capo chierichetti, poi…», e qui torna a mettersi gli occhiali e inizia la confessione. Guardo fuori ogni tanto dal finestrino. Gli alberi sembrano fuggire davanti al mio sguardo, mentre sciorina la sua vita, costellata di quei peccati e di quelle umiliazioni che Dio permette, per insegnarci l’umiltà.
«Se i tuoi peccati fossero più numerosi della sabbia del mare, Dio li dimenticherebbe tutti».
«Ma non li dimenticherei io. Padre, non posso perdonarmi, pensando al male che sto facendo a mio figlio».
«Non è tutta colpa tua: abbiamo una società talmente complessa per cui- dato per scontato tutti gli errori nati dal relativismo culturale e fomentati dai mass media – tuo figlio è frutto di questa società, oltre che di te. Ma è anche figlio di Dio. Egli ama tuo figlio. E più di te!».
«Quando smisi di frequentare la Chiesa, uno dei motivi era proprio quello che non riuscivo ad accettare la confessione. Perché un peccatore dovrebbe perdonare i peccati?».
«Non è colpa mia se Dio non ha scelto gli angeli per essere ministri di riconciliazione e consacrare il pane e il vino. Sempre penso al mistero dell’Incarnazione: “Discese dal cielo”. Svuotamento totale di un Dio che si fa peccato, si fa maledizione e sceglie come suoi ministri dei miserabili come me. Discese dal cielo e, peggio ancora, ‘discese agli inferi’, ha voluto sperimentare fino in fondo il limite umano. Ha imparato che cosa significhi essere uomo e servirsi di peccatori come me per essere dispensatori della sua misericordia. Non è necessario che sia santo per darti il perdono. L’assoluzione vale al di là dei miei meriti».
«Ma che cosa dirò a mio figlio?».
«Che tu hai bisogno del suo perdono per iniziare una vita nuova, che non sarà immune da altri errori, ma vorrà essere un ringraziamento a Cristo che ci dato mille buone ragioni non solo per non ammazzare i genitori, ma per volere loro bene, perché essi non sono il loro peccato. E quando lo incontrerai, ti accorgerai quanto sia vero che: “L’amore copre una moltitudine di peccati“».
Ora toccherebbe a me chiedergli un paio di occhiali scuri, mentre, tremando, alzo le indegne mani per concedere il perdono e l’assoluzione di tutti i peccati.

Valentino

Commenti

  1. Concetta
    mar 27, 18:31 #

    «Se i tuoi peccati fossero più numerosi della sabbia del mare, Dio li dimenticherebbe tutti».
    «Ma non li dimenticherei io.»

    Penso che sia proprio qui il problema… Ci lasciamo condizionare dagli errori che commettiamo perché ci sembrano troppo grandi per poter essere dimenticati o perdonati e invece ci scordiamo che Dio li perdona proprio grazie al Suo Amore Infinito. Ok, chiediamo scusa, riconosciamo le nostre mancanze, ma come ricominciare come se non fosse successo nulla? Mi dico sempre che l’amore vince tutto, ma non riesco a metterlo mai in pratica: il rimorso per ciò che ho fatto non va via, non dà tregua, è sempre pronto dietro l’angolo per demoralizzarmi… Per questo dico che non bisogna lasciarsi schiacciare da quel peso, altrimenti si soffoca!
    Dobbiamo sempre rimboccarci le maniche e ricominciare dall’inizio… Si sbaglierà di nuovo forse, ma si sarà cresciuti un po’ e questo è comunque un bene. L’importante è non rimpiangere, ma continuare a procedere cercando di riparare…
    Portare degli occhiali scuri potrà aiutare sul momento, ma non risolvere il problema definitivamente…
    Tutti siamo indegni, ma penso che nell’Amore la dignità ci sia riconsegnata con qualcosa in più rispetto a quello che avevamo prima, perché abbiamo realizzato di aver sbagliato. Forse quello che ho detto è errato, ma è solo il parere di una diciassettenne…

    Grazie Don Vale!

  2. Davide
    mar 31, 12:05 #

    è proprio vero.. noi siamo i più duri verso noi stessi, è difficile accettare i propri errori..
    mi viene in mente San Paolo che dice “approvo il bene, vorrei farlo, ma commetto il male” perchè come la persona che hai trovato non si sente degna del perdono di Dio, anch’io faccio fatica a accettare che Dio abbia scelto anche me per testimoniarLo..

  3. Anna Rosa
    apr 2, 23:26 #

    “L’amore si accoglie , non si merita”.
    Questa frase …. dice tutto, quanto Amore c’è intorno a noi, da raccogliere per poi semplicemente donarlo nuovamente, basterebbe fermarci , e percepire che c’è!!, esiste, bisogna allenarci a vederlo, poi l’anticipo di fiducia……. farà il resto.
    Al trentenne auguro di saper accogliere l’amore di suo figlio.
    A tutti Voi auguro Buona Pasqua.

  4. Marco (Mesero MI)
    apr 4, 00:10 #

    Caro Valentino, ho molto apprezzato il racconto di questa tua esperienza-testimonianza sulle difficoltà di relazione tra genitori e figli e penso che meriterebbe di essere proposto in sintesi fra le tracce per la prova scritta di italiano ai prossimi esami di maturità. Direi che come fascia d’età ci siamo…

    Principalmente mi sono soffermato a riflettere sul concetto di questo Amore che si accoglie e non si merita. Mi si permetta questa equazione: l’Amore assoluto sta a Dio Padre come la Croce sta a Gesù Cristo.
    L’amore e la croce. Sentimento e patimento, tripudio di gioia e profondissimo baratro. In prima istanza li collocheremmo agli antipodi. Eppure tra di loro vi è un legame forte quasi viscerale. Essi si compenetrano nella figura divina di Cristo e solo in essa trovano un senso l’uno per l’altra. Certamente non avremmo compreso fino in fondo questo Amore assoluto (la redenzione) se non si fosse espresso umanamente e totalmente attraverso il martirio sul legno della croce. Non potremmo guardare compassionevoli a quella Croce se non fosse appartenuta a Gesù.
    Quell’uomo di Galilea disceso dal cielo 2000 anni fa, ha vissuto da uomo tra gli uomini condividendo dell’uomo tutto tranne il peccato. Ci ha amati come figli fino alla fine, non nonostante il nostro peccato ma a motivo del nostro peccato. Si è donato a noi completamente ben oltre i nostri meriti e non lo abbiamo saputo riconoscere ma respinto, giudicato e condannato come bestemmiatore secondo la legge dei padri, Lui che era, ancor prima che i padri fossero.
    Ma la Croce resiste. Anni, secoli di persecuzioni non sono riusciti ad eclissarla. Perché?
    Eppure quelle due travi di legno prese singolarmente non susciterebbero all’apparenza alcuna emozione, ma se prese e incrociate l’una all’altra disegnano il percorso immaginario di un Amore divino che riunisce cielo e terra – la trave verticale – mentre la trave orizzontale portata sulle spalle da Gesù simboleggia quell’amore di Dio che abbraccia e vuole raggiungere l’umanità intera. Troppo grande per noi, per il nostro debole, fragile e piccolo cuore.
    Chiediamo allora al Signore in questa Pasqua ormai prossima di sostenerci, affidando a Lui le nostre debolezze così che possa trasformarle in virtù e riempia della sua luce ogni angolo buio del nostro misero povero cuore.
    Qualcuno che conosco diceva…”non lamentiamoci delle tenebre accendiamo una candela”.
    E così sia.

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