Ponte Nossa, 7 Marzo 2009

Tempo di perdono, riconciliazione e confessione.

Due gruppi di persone: da una parte i familiari serbi dell’uccisore, dall’altra i parenti albanesi della vittima. S’avanza la madre dell’ucciso con in mano un pezzo di pane. L’uccisore lascia cadere una goccia del suo sangue su quel pane che la madre mangia, mentre concede il perdono all’assassinio. Non solo, quest’ultimo viene adottato come figlio.
La riconciliazione è un atto divino e cura le nostre ferite interne: più tiranno di Milosevich è l’odio che una persona cova dentro di sé .
Ho partecipato a questo rito sacro nel Kosovo, assieme all’amico prete Lush Gjergij che durante l’ultimo conflitto ha testimoniato che ci sono stati circa sei mila casi analoghi di riconciliazione tra Albanesi e Serbi.
Lush ed io andiamo a raccontare questi fatti al segretario di Giovanni XXIII, l’arcivescovo Loris Capovilla che, prendendo lo spunto dalla quaresima, quale tempo di penitenza e di riconciliazione, ci inonda di ricordi del beato Papa che ha fatto della confessione uno dei capisaldi della sua vita: si confessava tutti i venerdì alle ore quindici, meditando sull’amore di Cristo verso tutti, compresi i nemici.
E tra le tante confessioni una è degna di un grande santo. A Venezia c’era un prete vittima dell’alcolismo. Viveva in un modo degradante e aveva smesso il suo ufficio sacerdotale. Lui, il Patriarca lo mandò a chiamare. Lo abbracciò e gli chiese il favore di ascoltare la sua confessione e di assolverlo. Quel poveraccio era confuso. Ma Roncalli, ben determinato, andò a prendere la stola viola, gliela mise sulle spalle e s’inginocchiò per terra, ai suoi piedi, dopo avergli detto: “Tu sei sacerdote in eterno”.
Dopo aver ascoltato Capovilla per oltre due ore, Gjergij ed io, passando davanti ad un santuario mariano, decidiamo di confessarci e di celebrare l’eucaristia. Un vecchio sacerdote è nel confessionale e Lush va subito da lui, mentre io avvicino un giovane prete che dimostra d’essere contento della richiesta di confessione.
Mi conosce. Nel contesto dello scambio di esperienze, sente anche lui il bisogno di una specie di confessione: “Ho letto alcuni suoi articoli. I suoi amici mi hanno regalato alcuni suoi libri, ma non li ho mai letti… Io spendo tutto il mio tempo pregando e celebrando il sacramento della riconciliazione”.
Mi ha aperto il cuore e dilatato gli orizzonti della speranza, specialmente quando l’ho sentito parlare con amarezza di tanti preti che lavorano troppo nel fare cose che dovrebbero essere portate avanti dai laici, mentre l’uomo di Dio deve soprattutto confessare, celebrare l’eucaristia e spendere il suo tempo come i Padri del deserto, ruminando la Parola.
Ed ecco un nuovo rimando a me: “Non si salva il mondo con i libri e le belle conferenze, ma in ginocchio”. Quindici giorni prima un altro confessore, al quale avevo chiesto un giudizio sull’articolo che stavo preparando in commento alla drammatica situazione di Eluana, mi aveva detto: “Cristo non è andato sui giornali, ma sulla croce”…
Il perdono. La riconciliazione. Il sacramento della penitenza. Stupendi doni del cristianesimo. Io vado a sussurrare i miei peccati ad un prete, limitato come tutti gli esseri umani e lui, a nome di Dio, grida la misericordia dell’Altissimo che non è interessato al mio peccato, ma è grato verso di me che, riconoscendolo, gli procuro una grande gioia: “In verità vi dico, si fa più festa in cielo per un peccatore pentito che per novantanove giusti ”.
E non è necessario che il prete sia santo per concedermi efficacemente il perdono e per consacrare il pane e il vino. Lui, Cristo, non ha scelto degli angeli per essere dispensatori della sua misericordia. Nel mio limite, nel mio peccato, tremando di fronte alla mia assoluta indegnità, consacrando e assolvendo, mi sento Dio, come divina è quella madre che mangia pane intriso del sangue dell’assassino di suo figlio e lo adotta, in risposta al comando “…ma io vi dico: amate i vostri nemici”. Valentino Salvoldi

Valentino