Ponte Nossa, 14 Febbraio 2009

“Shemà”: Ascoltare… ma con il cuore.

Sono le quattro del mattino, di uno dei tanti martedì di quest’inverno. Fa freddo e, ripeto, è martedì. Non è previsto il rientro a casa dei giovani che consacrano il sabato notte alle discoteche. E’ martedì e, dopo solo tre ore di sonno, mi farebbe piacere dormirne ancora due. Invece sotto casa mia parcheggia un’ auto dalla quale si sprigiona musica assordante e una nuvoletta di fumo, che senz’altro non è incenso. Inutile gridare di abbassare il volume: chi mi potrebbe sentire? Non distante dalla vettura c’è un adolescente al quale chiedo che cosa stia capitando. Timidamente domando se egli possa intercedere presso il suo amico e mi sento dire: “Gliel’ho detto anch’io di abbassare…”. “Ma è ubriaco?”. “Perché? Non si vede?”. E sulla sua faccia pulita e apparentemente buona si abbozza un’indicibile tristezza. Nell’attesa che all’amico passi la sbronza, mi parla della sua paura, dei suoi sedici anni buttati via, con il rimorso nei confronti dei suoi genitori quasi rassegnati ad aver perso un figlio.
Lui ha bisogno di parlare, di sfogarsi. E mentre racconta di sé, mi torna alla mente uno dei tanti analoghi discorsi fatti con giovani che cercano di riempire il vuoto interiore con tanti surrogati nocivi al corpo e allo spirito. Particolarmente ricorre l’immagine di un simile incontro all’Isola d’Elba. Un diciottenne, pur ebbro della sua effimera bellezza, la stava distruggendo con un tipo di vita programmato per non fermarsi a dover pensare. Pure lui m’aveva parlato di sé: infanzia inondata di baci, adolescenza esplosa in un grumo di contraddizioni, giovinezza abbozzata nell’autocontemplazione. Vedeva solo se stesso. Si perdeva nelle bollicine della birra, pasteggiando per ammazzare il tempo. Proteso verso amici da stupire più che da amare. Incamminato verso quel nulla che tutto fagocita: Dio, genitori, amici e il meglio di sé. Quali prospettive per il suo futuro? Andarsene nell’oblio di tutti e di tutto. Chi ricorderà il suo nome? Quanto durerà il pianto degli amici che al funerale giureranno di non dimenticarlo mai? Chi canterà un inno di lode al Signore per la sua vita? …
Ho ancora in mente il suo sguardo – come quello del mio nuovo interlocutore – e lo semino in me. Lo trasformo in preghiera. Lo affido alla triste brezza degli ulivi, affinché il vento lo porti a persone che decidano di fare qualche cosa a vantaggio dei giovani della presente generazione.
Che cosa potrei fare io per loro? M’illudo che basti scrivere prevalentemente per i giovani: i più bisognosi non leggono i libri di un prete, se pure ne leggono altri. Fare belle prediche? Chi mai è disposto ad ascoltare parole che scendono dal pulpito, quali verità che la presente cultura relativistica non sopporta? Non pochi auspicano il ricorso a mezzi coercitivi. Ma ciò peggiorerebbe la situazione per chi non ha nulla da perdere dal buttare via la propria vita.
Negli sconvolgimenti economici, sociali e culturali del secolo scorso, nell’esplosione attuale dell’individualismo, nell’ubriacatura del consumismo s’impone la ricerca di una parola profetica. Profeta è colui che parla chiaro, guardando l’interlocutore negli occhi e annunciando la speranza. Profeta è colui che condivide un cammino, prende per mano e, se dà un suggerimento, è disposto a pagare per lo meno la metà di quanto viene a costare il viaggio. Profeta è colui che, prima di proclamare la verità, la testimonia con la disponibilità a farsi dono per chi incontra.
Questa la profezia secondo il mondo biblico, dal quale ci viene anche un suggerimento molto prezioso: quello dell’ascolto. La prima cosa che fa l’ebreo praticante, appena svegliato – a qualunque ora sia svegliato e al di là di ogni motivazione… – è pronunciare il suo atto di fede: “Shemà Israel”. “Ascolta Israele”. Ma “shema” implica l’ascolto con il cuore, confronto, compartecipazione. Compito urgente per me e per tutti. Prima delle eventuali risposte, è già un miracolo ascoltare,ma con il cuore. Valentino Salvoldi

Valentino